VIVIAN MAIER, UNA BABY-SITTER NARRATRICE DELL’AMERICA DEL ‘900

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VIVIAN MAIER, UNA BABY-SITTER NARRATRICE DELL’AMERICA DEL ‘900

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Self-portrait, Feb 1955 (www.vivianmaier.com)

Alcune volte la differenza tra l’oblio e la notorietà la fa un banale evento. Era il 2007, e per poche centinaia di dollari, John Maloof acquista all’asta qualcosa come 40 mila negativi di immagini inedite. Scatti di una bambinaia di Chicago che narrano la vita di strada, tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80, di alcune delle più grandi metropoli americane.

Il nome della bambinaia-fotografa è Vivian Maier, nata a New York nel 1926, vissuta in Francia fino all’età di 25 anni, trasferitasi negli States nel 1956, baby-sitter e custode di una passione per la fotografia che va oltre la dedizione. Dopo aver accudito bambini per 40 anni, quasi tutti figli di famiglie medio borghesi di Chicago, gli ultimi anni di vita Vivian li ha trascorsi in condizioni precarie; muore in disgrazia nel 2009. Si pensa che Vivian Maier, durante le sue passeggiate tra la gente, abbia effettuato più di 100 mila scatti. Scatti che sono giaciuti nell’oscurità dell’anonimato per molti anni; alcuni, addirittura, sconosciuti anche all’autrice. Infatti negli ultimi anni di vita, Vivian Maier, a causa delle precarie condizioni economiche, non ha potuto sviluppare le pellicole.

Si conosce poco di Vivian Maier, per lo più viene descritta come una donna silenziosa, misteriosa, socialista, femminista e anti-cattolica che scattava fotografie in continuazione con la sua Rolleiflex 6x6 biottica, ma solo per dare sfogo alla usa riservatissima passione. Sono pochissime, infatti, le stampe ritrovate negli archivi di Vivian, quasi a sottolineare la volontà dell’autrice di non condividere le opere, di volerle tenerle gelosamente per se, sentendosi lo stesso appagata. E difatti, la cosa che traspare guardando gli scatti è una sensazione di solitudine interiore, uno stato che permette all’autrice di isolarsi e giocare al meglio il ruolo di narratrice.

Narratrice degli stati d’animo degli americani medi che solcavano le strade a metà del ‘900. Guardando oggi gli scatti di Vivian Maier, che grazie all’enorme lavoro di Maloof stanno tornando alla luce, si possono scorgere qualità che la collocano a pari livello di altri fotografi ben più famosi. C’è chi dice che Vivian abbia sperimentato, e per certi versi anticipato, quasi tutte le tendenze della fotografia americana del ‘900. Ecco appunto allora evento banale ma miracoloso, un ragazzo americano, agente immobiliare, che grazie all’interesse per la storia della sua città, scopre un favoloso tesoro, opera di una baby-sitter messa in atto tra il 1952 e il 1980, che racchiude tutto ciò che i più grandi fotografi avrebbero espresso negli anni a venire. Chissà cosa ne pensa la baby-sitter Vivian di questa celebrazione.

Per approfondire:

http://www.vivianmaier.com/

http://www.vivianmaierprints.com/

http://en.wikipedia.org/wiki/Vivian_Maier

http://vivianmaier.blogspot.it/

Alla fine del 2013 uscirà il film “Finding Vivian Maier”, che narra l’incredibile storia della donna.


Sometimes between oblivion and fame there is just an ordinary event. It was the year 2007, and during an auction, for a few hundred dollars, Mr. John Maloof, bought something like 40,000 negatives of unpublished images. Shots made by a nanny between the '50s and '80s, that narrate life of people living in the largest American cities streets.

The name of the nanny-photographer was Vivian Maier. She was born in New York in 1926, lived in France until the age of 25; after moving to the States in 1956, worked as baby-sitter in Chicago with a passion for photography that went beyond the dedication. After taking care of children for 40 years, almost all children of middle-class families in Chicago, last years of Vivian life were spent in poor condition. She died in disgrace in 2009. It is thought that Vivian Maier, during his walks among the people, has made more than 100 thousand shots. Shots that have lied in the darkness of anonymity for many years, some unknown even to the author. In fact, in a certain period of life, Vivian Maier, due to the poor economic conditions, has not been able to develop the films.

Most of Vivian Maier as a person is unknown, for the most she is described as a quiet woman, mysterious, socialist, feminist and anti-Catholic taking photographs all the time with his Rolleiflex 6x6, but only to give vent to her secret passion. In fact, there are very few prints found in the archives of Vivian, as if to emphasize the author's intention not to share the work; keeping them jealously for herself, feeling as well fulfilled. And in fact, watching Vivian's shots, a feeling of inner solitude reveals; a state which enables the author to isolate and better play the role of narrator.

Narrator of moods of Americans walking down the roads in the middle of the 20th century. Today, looking at Vivian Maier shots, coming back in the light thanks to the enormous work of Maloof, you can see that Vivian Maier quality might be put at the same level of other much more famous photographers. Someone says that Vivian has experienced, and in some ways anticipated, almost all the trends of American photography of the 900. That's exactly ordinary event but then miraculous, an American boy, estate agent, thanks to his interest for the history of his city, he discovered a fabulous treasure, the work of a baby-sitter put in place between 1952 and 1980, which contains all that the greatest photographers would have expressed in the years to come. I wonder what Vivian thinks of this celebration.

To know more:

 http://www.vivianmaier.com/

http://www.vivianmaierprints.com/

http://en.wikipedia.org/wiki/Vivian_Maier

http://vivianmaier.blogspot.it/

The film "Finding Vivian Maier" will be ready later this year.

©2013 Silvio Zappi

Che bella questa foto…merito certamente di Photoshop. Postproduzione e ritocco.

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Che bella questa foto…merito certamente di Photoshop. Postproduzione e ritocco.

What a beautiful picture ...Photoshop did it?
(ENGLISH TEXT BELOW)

Che bella foto, chissà che interventi hai fatto in Photoshop? Volente o nolente qualsiasi fotografo si trova oggi a confrontarsi con domande del genere. Basti pensare alla foto vincitrice del World Press Photo Award 2013, la bella fotografia di Paul Hansen che tante reazioni ha suscitato, come è giusto che sia, la gran parte però rivolte al fotoritocco, secondo molti eccessivo, e ancora una volta tutti a scagliarsi contro il fotografo, reo secondo molti di aver calcato la mano per spettacolizzare una sua foto solo attraverso un uso quasi pittorico della luce e del colore, sicuramente ottenuto in maniera fasulla in postproduzione, secondo i molti detrattori.

Questa la foto incriminata, che molti ormai conoscono (ché tutto sommato lo scalpore equivale a pubblicità).

C’è chi è arrivato ad ipotizzare che la luce sui volti, che arriva da sinistra, sia stata ricreata artificialmente dal fotografo in postproduzione, che fosse “impossibile” avere una simile luce. Senza nemmeno bisogno di ricordare che la luce rimbalza e che nulla di irreale appare in questa foto, mi chiedo perché ci sia tanta attenzione al fotoritocco e poca a ciò che la fotografia comunica e soprattutto racconta, trattandosi di immagine giornalistica. Quasi che il “teatro di posa” che è diventata la Palestina ormai faccia parte di una storia infinita, nell’immaginario collettivo, tale che il conflitto israelo-palestinese sia divenuto ormai un fatto immutabile? “Toh guarda un’altra foto sui morti ammazzati in Palestina…mah, vediamo che postproduzione ha usato il fotografo…”

Alleggeriamo il tutto e parliamo di un contesto personale. Mi arrivano spesso domande da parte degli allievi circa la postproduzione dei miei scatti. Registro sempre tra chi inizia la sua avventura fotografica una convinzione che il passaggio in Photoshop sia ciò che dona a una foto la sua atmosfera e la sua intensità. A malincuore arrivano più domande in tal senso che non sulla visione del fotografo, o su ciò che lo ha portato a scegliere una determinata prospettiva, a mettere in risalto determinati elementi, o più semplicemente l’ora del giorno, la luce, ecc.

La postproduzione è un passaggio obbligato, si sa, ma appare agli occhi dei più la scorciatoia, quasi il “trucco di magia” con cui anche un fotografo mediocre può creare quasi dal nulla immagini spettacolari. Che ciò avvenga è risaputo, ma le foto mediocri appaiono spettacolari solo a chi non s’intende di fotografia , anche se ne consuma molta, il che oggi significa una moltitudine di persone. Anche in ambito di fotogiornalismo, si sa, la spinosa questione del fotoritocco fa passare notti insonni alle giurie più prestigiose. Tuttavia ritengo che chi, come nell’esempio della foto di Hansen, spara bordate contro la scelta di postproduzione sia decisamente ignorante di fotografia, oppure, ed è molto peggio, in malafede. Possiamo ragionare tutt’al più sulla necessità di “mettere a punto” (mi piace il termine inglese “tuning” che rende bene l’idea, lo utilizzerò in questo post), cioè proprio dare quel tocco finale a un’immagine tale che in qualche modo sia aiutata ad emergere dal brusio di fondo che la sottocultura delle immagini ormai produce. In qualche modo il fotografo “deve” esagerare. Mi chiedo se i fotografi non siano piuttosto vittime, tra l’altro sempre pronti ad aizzarsi l’uno contro l’altro.

Torniamo al ragionamento. Il fotoritocco come alternativa al saper fotografare, in un certo senso è questo che emerge. Non a caso nel fotogiornalismo, anche per tradizione, c’è un “filone” di pensiero che sostiene le immagini grezze, dure e dirette e non solo pochissimo elaborate, anche pochissimo “pensate”. Di contro fotografi che hanno fatto della loro firma stilistica particolarmente evidente, spesso ottenuta in camera oscura (tradizionale), un segno di distinzione. In un certo senso la replicabilità del processo digitale ha fatto perdere valore a questo aspetto. I “trucchi” di camera oscura erano tratti distintivi di un fotografo, oggi un plug-in di Photoshop o altri software possono replicare “esattamente” un processo di sviluppo digitale utilizzato da un determinato autore, facendogli così perdere unicità. Chi non ha sentito parlare dell’effetto “Dave Hill” o dell’effetto “Dragan”? Basta cercare su youtube e i tutorial si sprecano.

Se una cosa è replicabile, si sa, non è più arte. Eppure ai posteri il “tocco” tipico delle immagini di questi anni apparirà come una “moda”. Personalmente vedo nella bella foto di Hansen il tipico “tuning” di questi anni, mi chiedo anche se non ne sia artefice qualcun altro, uno studio, un grafico di redazione. Anzi oggi che siamo tutti free-lance, più che di redazione, un grafico di qualche studio a pagamento. Desaturazione e tonalità seppiata, è il tuning attualmente più usato. A pensarci bene, questa foto (come altre) è praticamente monocromatica, è un bianco e nero che però non vuol esserlo, con una nota di colore che di per sé suscita delle emozioni (generalmente un viraggio o verso il marrone o verso il blu, tipicamente da bilanciamento del bianco o da filtro) ma senza la distrazione indotta dai colori (ad esempio il blu elettrico della tuta indossata dall’uomo a destra).

Possiamo gridare allo scandalo o alla mistificazione? Il colore della tuta è fondamentale per la comprensione della storia narrata dalla foto? Ci muoviamo allora in un ambito dove le scelte non sono più dettate dal “giusto o sbagliato” ma anche e soprattutto dalle intenzioni dell’autore, nella migliore delle ipotesi, o più probabilmente di una redazione. Sono convinto che molti miei colleghi oggi si uniformino a un certo gusto per due ragioni di fondo: moda e opportunità. Non me la sento di dargli torto. Moda perché il gusto corrente predilige e quindi richiede immagini con questo tipo di tuning. Opportunità perché se non ti adegui è possibile che le tue foto siano penalizzate rispetto ad altre, e la concorrenza oggi si sa è spietata (siamo tutti free-lance), perché l’art director di turno (sempre che ce ne sia uno nelle redazioni) a sua volta è condizionato dal gusto corrente. A meno che tu non sia un mostro sacro della fotografia che fa scelte totalmente autonome, uniformarsi alla moda è necessario.

Forse, in conclusione, se il fotoritocco in un certo senso si standardizza, la cosa non è poi così da temere. Magari in questo modo sono le foto a parlare più che il tuning. Tutte le foto dal Medioriente in scenari bellici sono desaturate, virate verso il marrone e con dosi diverse di contrasto….bene. Non è come se in un certo senso scattassimo nuovamente tutti in bianco e nero? Forse che in bianco e nero le foto erano/sono tutte uguali?

cimiterinavali 
Foto che ha suscitato curiosità negli allievi per la postproduzione che si supponeva molto elaborata

Personalmente, negli anni sto tornando sempre più verso il bianco e nero, vero e proprio. Il colore mi disturba, talvolta è protagonista di un’immagine, come nelle fotografie di Steve McCurry che ormai conoscono tutti, ma il più delle volte distrae. Sta al fotografo non introdurre colori invadenti nelle sue foto, ma oggettivamente, pensando alla foto di Hansen, avrebbe dovuto chiedere alle persone in lutto di indossare abiti meno colorati? Una riflessione sul colore non può certo ridursi a queste poche righe. Mi sento di aggiungere che ormai note di colore forti e nette sono un espediente per catturare l’attenzione di un gusto più di massa. Così facendo tuttavia si “distrae” l’osservatore e non lo si induce a percepire un’immagine nella sua essenza, di forma, spazio, luce.

Allego qualche esempio fotografico di due recenti reportage in cui ho scelto il bianco e nero, mostrando l’equivalente a colori (d’altronde sempre possibile in digitale). Una è la foto “incriminata”, il che mi permette di tornare alla riflessione iniziale. Perché il rischio è questo, che se una foto appare ricca di intensità anche grafica, è opinione corrente che sicuramente la postproduzione l’ha resa tale. In un certo senso si rischia oggi che un bravo fotografo che ha scelto finemente momento, composizione, luce, ecc. sia ritenuto tutt’al più un bravo “fotoritoccatore”. Personalmente e per lavoro io devo dialogare anche con chi è inesperto di fotografia (e mi piace farlo) e devo tener conto di ciò che una foto suscita. Una forte dose di contrasto, che si sa regge bene solo su foto che sono perfette dal punto di vista di luce ed esposizione, può apparire come un fotoritocco elaborato e complicato, tale da far pensare: “bella…che cosa hai fatto in photoshop?”. Una sensazione che sarebbe bene non suscitare.

Come molti fotografi, condivido qualche foto su facebook per mantenere il contatto con il pubblico. La foto (poco sopra) è quella che ha fatto pensare a un fotoritocco spinto. Ne abbiamo quindi discusso a lezione e questa riflessione ne è scaturita.

Potrà sembrare incredibile ma questa foto dentro photoshop non è nemmeno passata. Il lavoro c’è, tutto sul RAW, ma quel che è stato aggiustato finemente è il dosaggio di luminosità e di contrasti, niente è stato introdotto o alterato. La foto a colori da cui “partiva” (nel RAW i dati sul colore sono sempre presenti anche se abbiamo utilizzato un effetto monocromo nella fotocamera) è questa, un’immagine a colori sì ma, per meglio dire, l’immagine come era prima dell’ultimo intervento di passaggio al bianco e nero.

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La fotografia a colori lascia intravedere meglio come gli interventi correttivi siano avvenuti esclusivamente per un’ottimizzazione della luce, dove ricerco una curva tipicamente non digitale, con maggiore contrasto sui mezzitoni e compressione delle alteluci. Il digitale richiede una ottimizzazione di questo tipo perché registra la gamma tonale in maniera lineare, a differenza delle pellicole che hanno ciascuna una sua curva caratteristica.

Il colore qui è importante per trasmetterci l’atmosfera, la luce calda sul metallo, trattandosi di foto fatte all’alba, il contrasto cromatico tra questa e il blu dello sfondo o delle tute degli operai. Tutto questo non si perde interamente nel viraggio al bianco e nero, perché i contrasti cromatici si trasformano in contrasti di luce. Uno scatto di partenza con passaggi tonali puliti rende immagini in bianco e nero altrettanto nette. Direi che anzi il bianco e nero rende visibili maggiormente i contrasti di luce altrimenti camuffati dal colore (rivedere la foto in B&N).

Un altro esempio di scelta del bianco e nero laddove il colore non solo non era di particolare disturbo ma anzi contribuiva a rendere un’atmosfera unica, è questa serie:

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La gallery completa, visibile in home, è interamente in bianco e nero e così queste foto verranno pubblicate sul cartaceo e in mostra. E’ ancora possibile che una redazione, interessata alle foto, ti chieda però di mandare loro anche la versione a colori. Il discorso sull’opportunità e sul gusto corrente, di cui sopra, è all’ordine del giorno per il fotogiornalista.

Anche questa foto a seguire, a colori, mantiene una sua armonia, malgrado io abbia scelto nella versione a colori di attenuare molto la saturazione per non distrarre l’osservatore con i colori, bellissimi, delle vesti indossate dalle donne indiane anche quando svolgono lavori pesanti. Di questa foto amo l’istantanea, la composizione, il gesto, la relazione tra i personaggi. E’ indubbio che in bianco e nero tutto questo emerga più nettamente e “obblighi” anche l’osservatore più disattento a concentrarsi su elementi diversi dal colore, seguendo maggiormente la visione del fotografo e gli elementi che questi intende porre in evidenza. La postproduzione non deve apparire.

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Spero che da questa trattazione evidentemente parziale e solo abbozzata nasca una riflessione ulteriore, non ho la pretesa di possedere la verità su un argomento così controverso ma spero di aver fatto un po’ di luce partendo dalla mia personale esperienza di fotografo alle prese continuamente con dubbi amletici circa la post-produzione.

Può tornare utile leggere anche questi articoli che ho scritto sul medesimo argomento, partendo da spunti differenti.


FOTORITOCCO E POSTPRODUZIONE: DOVE E' IL LIMITE?


LA CURVA DI CONTRASTO CARATTERISTICA: PELLICOLA E DIGITALE

Tutti i post sul tema FOTORITOCCO  >>>

Buona discussione…

©2013 Marco Palladino – Tutti i diritti riservati

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What a beautiful picture ...Photoshop did it? Post-production and photo retouching

What a beautiful picture, who knows what treatments you have made in Photoshop? Willy-nilly any photographer is today confronted with such questions. Just think about the winner photo of the World Press Photo Award 2013, the beautiful photograph of Paul Hansen, that has aroused so many reactions, as it should be, the vast majority however addressed to the editing, that many have considered excessive, and once again all complaints against the photographer, who is guilty according to many of creating drama in picture out of retouching, with an almost painterly use of light and color, definitely got in a fake way, according to many critics.

There are those who came to the hypothesis that the light on the faces, coming in from the left, has been recreated artificially by the photographer during post-production, “it would be impossible" to have a similar light. Without even need to remember that the light bounces and nothing unreal appears in this photo, I wonder why there is so much attention to the editing and so little to what the photograph communicates and tells, specially in the case of picture journalism. Almost that that "stage," what has became the Palestine now, is part of a never-ending story, in the collective mind, that the Israeli-Palestinian conflict has become now an immutable fact: "Hey look at another picture on murder victims in Palestine ... well, let’s see what retouching he used the photographer ..."

Now from a lighter and personal context. I often get questions from students about the post-production of my shots. I collect always, among those who began their photographic adventure, a common belief that the passage in Photoshop is what gives a picture its atmosphere and its intensity. Reluctantly I get more requests on that than on the photographer's vision, or what led him to choose a particular perspective, to highlight certain elements, or simply bout the time of day, the chosen light, etc..

The post-production is a must, we know, but it appears in the eyes of most people as the shortcut, almost the "magic trick" by which even a mediocre photographer can create spectacular images from almost nothing. This happens sometimes, but mediocre photos appear spectacular only to those who do not understand photography, even if they consume a lot of it, which today means a multitude of people. Even in the field of photojournalism, you know, the never-ending troubling concerns about the photo editing keeps asleep the most prestigious boards. However, I believe that those who, as in the photo of Hansen, so quickly jumped against his choice of post-production if not ignorant of photography, they are not honest, which is much worse. We can speculate, at most, on the need to "fine-tune" (I like the English word "tuning" to express this idea, I'll use in this post), what is just to give that final touch to an image such that in somehow it be helped to emerge from the background noise of the nowadays subculture of the images. Somehow the photographer "has to" overdo it. I wonder if the photographers are not quite the victims, instead, and they are always ready to jump on each other.

Let's go back to the topic. Photo editing as an alternative to be able to photograph , this is the common sense. Not by chance in photojournalism, even by tradition, there is a "trend" towards producing raw harsh images, pictures that not only have been very little retouched, they have been very little "meditated". Conversely there are photographers who have made their signature a style, which is often obtained in the (traditional) darkroom. The fact that it can be replicated, when digital is the process, has made it lose value as expression. The "tricks" of the darkroom were hallmarks of a photographer, now a plug-in for Photoshop or other software can replicate "exactly" the digital development process used by a particular photographer, thus making him lose uniqueness. Who has not heard about the "Dave Hill" effect or "Dragan" effect? Just search on Youtube and tons of tutorials are there.

If one thing is replicable, you know, it is no longer an art. Yet the posterity will look at the typical "touch" given to images in these years as a "fashion". I see in the beautiful picture of Hansen the typical "tuning" of these years, I also wonder whether it is someone else's the creator, a studio maybe, a graphical editor. In fact today we all are free-lance, many of us rely on the post-production of some studio for a fee. Desaturation and sepia tones, it is the most currently used tuning. On second thought, this photo (among others) is almost a monochromatic one, it is a black and white that does not mean to be, with a hint of color which in itself arouses emotions (usually a color change either as brownish or as bluish, typically coming from the white balance or from a filter) but even so the avoid the distraction induced by the colors (for example, the electric blue of the suit, the man on the right).

Should we cry scandal and mystification? Are the colors of that shirt so essential for the understanding of the story from the picture? Thus we move into an area where the choices are no longer dictated by "right or wrong" but also by the intentions of the author, at best, or more likely by an editorial staff. I am convinced that many of my colleagues today fit to a certain taste for two basic reasons: fashion and opportunities. I do not dare to blame them. Fashion because this type of tuning is what current taste prefers and therefore requires. Opportunity because if you do not adapt, it is possible that your photos are penalized, others are preferred only because they are seen and yours are not, for the competition is fierce today we know (we're all free-lance): the art director (hopefully there is one in the newsroom) is affected by the current taste. Unless you're not a sacred monster of photography that makes his own choices, it is necessary to agree somehow with the current fashion.

Perhaps, in conclusion, if the editing got somehow standardized, it is not that bad. Maybe it is the photos to speak more than the tuning? Quite all photos from the Middle East war scenarios are desaturated, tuned to brownish and with only different doses of contrast .... well. It seems to me as we got back to black and white. Can you tell that black and white pictures were/are all similar?

cimiterinavali 
This is the picture that started the discussion in the class.

Over the years I'm going back more and more to the black and white, true pure B&W. The color bothers me sometimes even they protagonist of an image, as in the photographs who have made the career of a Steve McCurry, I find it most of the times distracting. Of course it is essential the photographer not puts intrusive colors in his photos, but objectively, if you think about the photos of Hansen, had he to ask the people to wear less colorful clothes? A speculation about color can not be reduced to these few lines. I would add that now strong touches of saturated color are the gimmick to capture the attention and the common taste. In doing so, however, photographers "distract" the observer and do not induce to perceive their images in its essence, form, space, light. This is just my personal idea, of course.

These are some photographic examples of two recent reports in which I chose the black and white, I’ll show the equivalent in color (after all it is always possible in digital to return to color in a file.) One of these is the photo "incriminated" by the students, what allows me to return to the initial topic. Because the risk today is this, that if a photo looks full of intensity, it is believed that the post-production definitely has made it such. In a sense, it is likely today that if a photographer has finely chosen moment, composition, light, etc.. he is considered at best a good "post-producer."

For my work, I have to talk with and understan those who are total noob in photography (and I like it) and I have to take into account what impressions a photo arouses inside uneducated minds. A strong contrast, for instance, which is possible only on photos that are perfect for light and exposure (unless you “burn” it to its extremes), may look like an elaborate and complicated photo editing, such as to suggest the initial question: "what a beautiful image... what have you done in photoshop? ". A feeling that it would be better not to arouse.

Like many photographers, I share some photos on facebook to keep in touch with the public. The photo (just above) is the one that made students think about strong photo editing pushes. We then discussed it in the class and this post got out. It may seem unbelievable but this photo has not even past through photoshop. Ther’s work there of course, everything on RAW, but what has been finely adjusted is the dosage of brightness and contrast, nothing has been introduced or altered. The color photograph from which it “originates” (in the RAW file, color data are always present even if we used a monochrome effect in camera) is this one, yet a color image, but rather the image as it was before the last conversion to black and white.

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Color photography shows us better what corrective actions have taken place for optimization of light, where I often seek for a typically non-digital curve, highly contrasted midtones and compression of the highlights. Digital images always require an optimization of this kind because this technology records the tonal range in a linear way, unlike the films each of which has its characteristic curve.

The color here is an important part of the picture and settles the atmosphere, warm lights on the metal (these are photos taken at dawn), the color contrast between these structures and the blue of the background or of the workers. All this is not entirely lost in the black and white, because color contrasts are to be transformed into light contrasts. One shot starting with good tonal passages makes equally clean images even in black and white. I would say that the black and white makes it more visible to us the contrast of lights, which are otherwise camouflaged by the color (review the pictures in B&W).

The following is another example of black and white coming out from a picture where color was not bad and rather contributed to set a unique atmosphere, this series:

donneindiane2

The full gallery is visible in the home, it is entirely in black and white and so these photos will be published on paper and on exhibitions. It 's still possible that an editorial board that is interested in the photos, however, asks you to send them the color version. The question on the advisability of current taste, as said above, is in the agenda of the photojournalist.

Another picture to follow, here color maintains its meanings, despite I have chosen in the color version a strong mitigation of it by less saturation, in order not to distract the viewer. The clothes worn by Indian women even when performing heavy work are  gorgeous, indeed, but not necessary to the picture. I love this photo for the snapshot, the composition, the gesture, the relationship between the two characters. And I don’t doubt that by black and white all this will emerge more clearly and "pushes" even the most careless observer to focus on factors others than color, to follow more precisely the photographer’s vision through the elements that he has chosen to highlight. And the post-production should not appear.

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I hope that with this very subjective and partial discussion is born some further discussion, I do not claim to possess the truth about such a controversial topic, but I hope I have done my part, according to my own experience as a photographer who is constantly struggling with doubts about the post-production, to set a bit of light on the topic.

It can also be useful to read these articles I have written on the same subject, starting from different points (They are in Italian sorry, I’ll translate them as soon as possible).

And please leave a comment…


FOTORITOCCO E POSTPRODUZIONE: DOVE E' IL LIMITE?


LA CURVA DI CONTRASTO CARATTERISTICA: PELLICOLA E DIGITALE

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L’eleganza degli umili (videoanteprima) - Sfruttamento del lavoro femminile in India

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L’eleganza degli umili (videoanteprima) - Sfruttamento del lavoro femminile in India

Elegance and Dignity. Photo Stories of Humble Workers from India.
ENGLISH TEXT BELOW

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Donne e bambine che svolgono lavori usuranti in India
La condizione della donna in India è alla ribalta della cronaca in questi mesi. Tuttavia è importante sottolineare come anche nel settore del lavoro le donne di classe sociale più umile o di villaggi poveri siano impiegate al pari degli uomini in lavori pesanti e usuranti, fatte salve tutte le altre incombenze quali la cura dei figli e della casa. Spesso si tratta di donne bambine, magari già sposate in età molto precoce.

Anche se la legge indiana dal 2006 vieta il lavoro di bambini al di sotto dei 14 anni, nei villaggi le comunità sopravvivono in un limbo estraneo alla società moderna. Sono organizzate in maniera collettiva e il lavoro è svolto da tutti, senza distinzione di sesso o età. Si tratta spesso di lavori sottopagati e usuranti. Non è infrequente che lo stesso governo locale, che dovrebbe tutelare i diritti dei più poveri, sfrutti queste persone come manovalanza a basso costo per costruire edifici pubblici, o per altri lavori che riguardano beni dello stato.

Qui i lavoratori ricevono stipendi pari a 50-100 euro al mese. La gallery racconta delle donne impiegate come muratori nella costruzione di un resort per ricchi, vicino il Tiger Lake in un villaggio povero nei pressi di Udaipur (Rajahstan). Donne che lavorano come muratori si vedono un po’ ovunque in India e sempre sono presenti minori che svolgono lo stesso lavoro, si tratta di bambini o giovani “prestati” dalle famiglie in difficoltà.

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Women and girls carrying out strenuous work in India

The status of women in India is in the news in recent months. However, it is important to note that even in the field of work women of humble social class or poor villages are employed as men in heavy and arduous professions, as also subject to all other tasks such as caring for children and the home. Often these women are only girls, maybe already married at a very early age.

Although Indian law since 2006 prohibits the employment of children under the age of 14, the village communities survive in a limbo separated from the modern society. They are organized in a collective manner, and the work is done by the whole community, regardless of gender or age. People here are underpaid and make very arduous works. It is not uncommon that the same local government, which should protect the rights of the poor, exploits these people as cheap labor for public buildings, or for other works involving state's properties or, as in another report recorded in the same area, to wash the sheets and medical supplies of the nearby state's hospital, with significant risks to the health of workers.

The workers receive salaries equivalent to 50-100 euro per month, or just a few hundred rupees per diem. The gallery shows the women employed as masons in the construction of a resort for the rich, near the Tiger Lake in a poor village near Udaipur (Rajahstan). Young or old women employed as masons are to be seen everywhere in India and always in a construction site are minors, children of workers or provided by other families in difficulties.

©2013 Marco Palladino – all rights reserved

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EGITTO - PIAZZA TAHIR A UN ANNO DALLA RIVOLUZIONE - EGYPT - TAHIR SQUARE ONE YEAR AFTER

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EGITTO - PIAZZA TAHIR A UN ANNO DALLA RIVOLUZIONE - EGYPT - TAHIR SQUARE ONE YEAR AFTER

EGYPT - TAHIR SQUARE ONE YEAR AFTER (ENGLISH TEXT BELOW)

EGITTO

A un anno di distanza dalla rivoluzione l’Egitto si trova dinnanzi a un ritorno al potere di oligarchie, stavolta di impronta islamica, disinteressate a risolvere i gravi problemi che attanagliano il paese . Piazza Tahir è il cuore pulsante della primavera araba in Egitto ed è diventato un presidio permanente. L’11 febbraio si sono avuti scontri davanti alla residenza presidenziale.

All’arrivo si percepisce immediatamente la tensione che scorre in questo paese tuttavia sembra che valga la parola d’ordine normalità. Gli egiziani con cui parlo non discutono volentieri di quanto sta accadendo. Malgrado il controllo di polizia serrato negli aeroporti, anche negli hotel, arrivato a piazza Tahir noto immediatamente l’assenza di qualsiasi forza armata. Mi spiegano che qui non potrebbero nemmeno farsi vedere, la piazza è del popolo, per ora.

Il Cairo è una città strana, come sospesa, la crisi economica si legge in centinaia di esempi e si ha una forte impressione di assenza di qualsiasi ordine sociale. Nella piazza della rivoluzione ci sono tende e presidi a memoria dei seri problemi ancora irrisolti, è notevole la presenza delle donne che rivendicano maggiore libertà contro un governo di stampo islamico che tenta di introdurre leggi retrograde a scapito dei diritti civili. Le manifestazioni in corso sono focalizzate soprattutto su questo aspetto, oltreché ovviamente mosse dalla mancanza di politiche per il lavoro a un anno dalla rivoluzione.

One year after the revolution Egypt is facing the return to power of oligarchies, this time with an Islamic imprint, uninterested in solving the serious problems  of the country. Tahrir Square is the beating heart of the Arab Spring in Egypt and has become a permanent garrison. On 11 February there were clashes in front of the presidential residence.

On arrival I immediately felt the tension flowing in this country, however, it seems to be’normality’ the code word. The Egyptians I speak are not willing to discuss what is happening. Despite the tight police control at airports, even in the hotel, when I arrived in Tahrir Square I immediately noted the absence of any armed forces. They explain me that here they not even dare to come, the square is of the people, for now.

Cairo is a strange city, as suspended, the economic crisis is to be read in hundreds of examples, and there is a strong impression of the absence of any social order. In the square of the revolution there are tents and garrisons in memory of the serious problems still unresolved, it is remarkable the presence of women who claim a greater freedom against the islamic government trying to express retrogade laws at the expense of civil rights.

The ongoing demonstrations are focused primarily on this aspect, as well as obviously moved by the lack of policies on work one year after the revolution.

©2013 Marco Palladino – All rights reserved

CALCIO STORICO FIORENTINO – HISTORICAL SOCCER (FOOTBALL) IN FLORENCE – REPORTAGE

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CALCIO STORICO FIORENTINO – HISTORICAL SOCCER (FOOTBALL) IN FLORENCE – REPORTAGE

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CALCIO STORICO FIORENTINO - UNA TRADIZIONE CHE DURA DA OLTRE CINQUE SECOLI

Antiche rivalità e la voglia di vincere sempre e comunque:

quattro squadre per quattro quartieri, nella cornice di una fantastica Firenze.

di Luca Vangelista

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“C’È UN GIOCO ANTICO, UN GIOCO SENZA REGOLE, DOVE I COMPAGNI SONO FRATELLI DI SANGUE, E GLI AVVERSARI NEMICI GIURATI. QUATTRO SQUADRE, QUATTRO COLORI, GIOCANO PER LE PROPRIE DONNE, VINCONO PER IL PROPRIO QUARTIERE. MOLTI UOMINI, UN SOLO DESIDERIO: VINCERE LA PAURA, SCOPRIRE SE STESSI, FRA PUGNI, CAREZZE E FUOCHI D’ARTIFICIO.”

Con queste poche, ma significative, parole viene introdotto nel sito ufficiale quello che viene considerato l’origine di alcuni sport che a oggi sono tra i più famosi nel mondo, come il calcio, il football ed il rugby.

Apparso attorno alla fine del Quattrocento, le partite di Calcio Storico si svolgevano solitamente nel periodo del Carnevale, e venivano giocate da due squadre, presumibilmente con un pallone ripieno di stracci o di pelle su terreni sabbiosi, il cui solo obiettivo era quello di portare la palla oltre il campo dell’avversario con qualsiasi mezzo.

Il fenomeno si diffuse rapidamente tra i giovani fiorentini, al punto che questi lo praticavano frequentemente in ogni strada o piazza della città; era talmente popolare che nel gennaio del 1490, trovandosi l’Arno completamente ghiacciato, su di esso venne delimitato un campo e giocate alcune partite.

Con il passare del tempo, però, soprattutto per problemi di ordine pubblico, si andò verso una maggiore organizzazione, ed il calcio cominciò ad essere praticato soprattutto nelle piazze più importanti della città, portando i fiorentini a cimentarsi in vere e proprie sfide. Le squadre vantavano nelle loro compagini nomi altisonanti di nobili, illustri personaggi della vita pubblica cittadina e delle casate più importanti di Firenze (ad esempio, i Medici), che vestivano le sfarzose uniformi dell'epoca, le quali diedero poi il nome a questo sport.

Sono molte le partite passate alla storia, vuoi per il contesto in cui sono state giocate, vuoi per i fatti avvenuti durante il loro svolgimento e riportati dalle cronache del tempo, oppure soltanto per le personalità illustri che vi presero parte.

Ma "la partita" per eccellenza, a cui si ispirano le sfide di oggi, è quella che venne giocata in piazza di Santa Croce a Firenze il 17 febbraio 1530 durante l'assedio della città; in quell’occasione, infatti, venne lanciata una delle più grandi sfide dalla Repubblica fiorentina all’imperatore Carlo V, quando la popolazione assediata da molti mesi dalle truppe imperiali, diede sfoggio di coraggio e indifferenza mettendosi a giocare al Calcio Storico in piazza Santa Croce, dando l’impressione di non considerare l’esercito dell’Impero degno di attenzione.

La popolarità di questo gioco durò per tutto il Seicento, ma nel secolo successivo cominciò un lento declino che lo portò di lì a poco alla scomparsa, almeno come evento organizzato.

La partita che diede il via alla rinascita del gioco nel XX secolo si giocò nel maggio del 1930 quando, per la ricorrenza del quattrocentenario dall'Assedio di Firenze, su iniziativa del gerarca fascista Alessandro Pavolini, venne organizzato il primo torneo tra i quartieri della città; da allora, salvo che per il periodo bellico, ogni anno, solitamente nel mese di giugno, si sono svolte puntualmente fra le secolari mura cittadine le sfide fra i calcianti dei quattro quartieri storici di Firenze: i "Bianchi" di Santo Spirito, gli "Azzurri" di Santa Croce, i "Rossi" di Santa Maria Novella e i "Verdi" di San Giovanni.

Il calcio in costume è sempre stato caratterizzato da un forte agonismo, che talvolta sconfina in violente risse al di là di ogni regolamento; questa caratteristica non è scomparsa col tempo: l'11 giugno 2006, il primo incontro del torneo 2006, tra la squadra dei Bianchi (del quartiere di Santo Spirito) e quella degli Azzurri (di Santa Croce) è stato sospeso subito dopo l'inizio a causa dei pestaggi che avevano trasformato la partita in una vera e propria rissa.

La gravità del fatto ha costretto la giunta comunale ad annullare l'intero torneo 2006, e l’anno successivo il torneo è stato annullato per l’assenza di sufficienti garanzie di sicurezza.

Nel 2008 la manifestazione sportiva è stata reintrodotta con delle modifiche delle regole di gioco per garantire un regolare svolgimento ed evitare risse incontrollate: i calcianti ora devono avere meno di 40 anni e non devono aver riportato condanne penali gravi.

La finale viene disputata in occasione degli annuali festeggiamenti di San Giovanni, patrono della città, preceduta da un corteo nel centro di Firenze (composto per l’occasione da 530 figuranti, vestiti di rigorosi costumi militari di epoca rinascimentale, rievocando le gesta e le Armi della Repubblica, quando Firenze era governata dal popolo), ed il premio in palio è una vitella bianca di razza Chianina.

Possiamo affermare con certezza che oggi il Calcio Storico Fiorentino è una vera e propria tradizione, molto radicata nel tessuto sociale cittadino, basta osservare le immagini per percepire negli occhi di ogni fiorentino come la difesa e la rappresentanza del proprio quartiere sia vissuta con assoluta partecipazione ed estremo senso di appartenenza.

©2012 Luca Vangelista -  www.fotobiettivo.it


HISTORICAL FOOTBALL OF FLORENCE
A TRADITION THAT LASTED FOR MORE THAN FIVE CENTURIES

Ancient rivalries and the desire to win,  always and everywhere:
four teams for four districts, within the scenery of a fantastic Florence.

"THERE'S AN OLD GAME, A GAME WITHOUT RULES, WHERE COMPANIONS ARE BLOOD BROTHERS, THE OPPONENTS AND ENEMIES. FOUR TEAMS, FOUR COLORS, THEY PLAY FOR THEIR WOMEN, THEY WIN FOR THEIR DISTRICT. MANY MEN, ONE WISH: OVERCOMING THE FEAR, DISCOVER THEMSELF, WITH FISTS, CARESS AND FIREWORKS. "

With these few but significant words it is introduced in the official website what is considered the origin of some sports that are now among the most famous in the world, such as soccer, football and rugby.

Appeared around the end of the fifteenth century, matches of “Calcio Storico” (Historical Soccer) usually took place during the Carnival season, and were played by two teams, presumably with a balloon filled with cloth or leather on sandy soils, whose only goal was to bring the ball over the opponent's field by any means.

The phenomenon spread rapidly among young Florentines, to the point that they practiced it frequently in every street or square of the city; it was so popular that in January 1490, being the Arno completely frozen, it was bordered with a field and people played some games on it.

With the passing time, however, mainly because of public policy, it underwent a better organization and football began to be especially practiced in the most important squares of the city, the Florentines engaged into real challenges. The teams had in their teams some noble-sounding names, famous personalities of the public life of the city and of the most important families in Florence (for example, Medici), who wore the gaudy uniforms of the time, which then gave the name to the sport .

Many games past into history, either by the context in which they were played, either because of the events taking place during this process, and reported in the chronicles of the time, or only due to the famous people who took part.

But "the game" for excellence, to which are inspired the challenges of today, is the one that was played in Piazza Santa Croce in Florence February 17, 1530 during the siege of the city: in that instance, they launched one of the biggest challenges by the Florentine Republic to the Emperor Charles V, when the population, besieged for many months by the imperial troops, gave a display of courage and indifference by starting to play the Calcio Storico in Piazza Santa Croce, giving the impression that they considered Empire’s army not worthy of attention.

The popularity of this game lasted throughout the seventeenth century, but in the next century began a slow decline that led it soon after to the disappearance, at least as a staged event.

The game that started the revival of the game in the twentieth century was played in May 1930 when, for the recurrence of the four centuries after the siege of Florence, on the initiative of the fascist Alexander Pavolini, they organized the first tournament between the city's neighborhoods and since then, except for the war years, every year, usually in June, it took place regularly inside the old city walls, involving the four historic districts of Florence: the "whites" of the Holy Spirit, "Blue" of the Holy Cross, the "Reds" of Santa Maria Novella and the "Green" St. John's.

Historical football has always been characterized by a strong competition, which sometimes borders on violent brawls beyond any regulation, this feature has not disappeared with time: June 11, 2006, the first meeting of the 2006 tournament, including the team Whites (in the district of Santo Spirito) and that of the Azzurri (the Holy Cross) was suspended shortly after the start because of the beatings that had turned the game in a real fight.

The gravity of the offense has forced the city council to cancel the entire 2006 tournament, and the following year the tournament was canceled due to the lack of sufficient security guarantees.

In 2008, the sporting event has been reintroduced with changes in the rules of play to ensure a smooth running and avoid uncontrolled riots: the “calcianti” (football players) must be under 40 now and must not have been convicted of serious criminal offenses.

The final will be held on the occasion of the annual celebration of St. John, the patron saint of the city, preceded by a parade in the center of Florence (composed for the occasion by 530 participants, dressed in strict military costumes of the Renaissance, recalling the deeds and Weapons of the Republic, when Florence was ruled by the people), and the prize is a white cow of Chianina.

We can safely say that today the Calcio Storico Fiorentino is a real tradition, deeply rooted in the social tissue of the city, just look at the pictures to perceive that in in the eyes of every Florentine this is the defense and representation of their neighborhood that they live with absolute participation and extreme sense of belonging.

©2012 Luca Vangelista - www.fotobiettivo.it

REPORTAGE SOCIALE - Tre colori per tutto e un ragazzo africano tra tanti. Un venditore ambulante racconta la sua storia

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REPORTAGE SOCIALE - Tre colori per tutto e un ragazzo africano tra tanti. Un venditore ambulante racconta la sua storia

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Tre colori per tutto e un ragazzo africano tra tanti
reportage sociale di M.Palladino

TRECOLORI

Mamadou è un ragazzo senegalese di 30 anni che come molti ambulanti si aggira con i suoi oggetti colorati tra la gente distratta della metropoli. E’ un centro commerciale il luogo in cui lo incontriamo, un luogo pieno di luci natalizie e di folla nervosa che ondeggia ipnotizzata tra negozi di vestiti e oggetti per la casa. Fuori di retorica c’è un che di dissonante tra i volti stressati dallo shopping domenicale, nel frenetico periodo commerciale di Natale...anticipato e il sorriso spontaneo di questo ragazzo africano che dopo un anno in Italia riesce a dire solo qualche parola nel nostro idioma ma si illumina totalmente quando gli chiedi della sua vita, in inglese, che padroneggia abbastanza bene avendolo imparato quando in Africa lavorava con i turisti.

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Mamadou vende i classici manufatti provenienti dall’Africa, collanine, monili e quelli più sofisticati, la motocicletta intarsiata nel legno, che sfoggia sempre con orgoglio, e le percussioni, che acquisto volentieri ricordandomi da dove proviene la mia antica passione per la batteria. Mi stupisce raccontandomi del suo lavoro che, in patria, era l’artigiano. Le costruiva lui stesso queste percussioni. Ora gliele mandano per venderle.

La sua socialità semplice e la voglia di parlare anche solo per guardarsi in faccia ed essere visto da qualcuno sono cose che ti catturano, è un’umanità distillata in espressioni che rispondono solo a una cosa: avere in mano la propria vita. Mamadou è un uomo povero ma libero. Non incolpa il mondo per la sua condizione, anche se dal suo paese è andato via per sottrarsi tra l’altro alla guerra. La sua frase mi cattura, quando gli chiedo più volte: allora, com’è la tua vita? Una domanda da occidentale ovviamente...la sua risposta si potrebbe tradurre così: mezzo e mezzo, o il nostro non mi lamento, si va avanti. Ma è un’altra cosa, lo dice con il sorriso, con la consapevolezza di un uomo del mondo, che non si fa troppe domande vuote. Che non si chiede sempre che cosa sia la felicità, né cosa gli manchi per raggiungerla. E’ la sua vita e basta. Ovviamente non se la immagina così per sempre.

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Ha costruito una rete di assistenza, tra amici e parenti che vivono a Roma e, mi dice, si sente protetto. Ma ancora una volta è una mia domanda un po’ vuota a indurre una risposta, non sembra turbato dal fatto di essere straniero e precario in una società consumistica e individualistica. Non ha più molti legami con la sua patria, non ha più una famiglia lì, i suoi pochi parenti stretti vivono a Roma. E’ chiaro che non deve essere facile riuscire a sbarcare il lunario in questa città dove si fa fatica ad arrivare a fine mese, ma lui ce la fa, in qualche modo. Evidentemente è possibile per tutti.

IMG_8348Usciti dal centro commerciale viene intercettato da due ragazzotti spigliati che con faccia tosta gli chiedono in regalo due braccialetti, glieli dà immediatamente e sorridendo. Potremmo fare tante congetture sul significato di questo episodio, tanti parallelismi con la povertà d’animo di chi ha molto ma pensa sempre che gli manchi qualcosa e chi ha davvero poco ma ride. Cose che ti fanno venire il mal di pancia, ma ancora una volta sono mie proiezioni da occidentale. E’ così che Mamadou vive la sua vita, incontra poi un suo amico che fa lo stesso lavoro e sono mille sorrisi, veri sorrisi, un’abitudine, magari difensiva in certe circostanze, ma di chi risponde col sorriso sempre a un incontro, quale che sia. Il sospetto, ancora una volta è che al confronto con quanto lasciato tutto questo sia un modo di vivere meno minaccioso. E’ qualcosa che si intuisce solo, ma di fondo c’è anche il desiderio di muoversi, di non immaginarsi la propria vita come una gabbia solo perché la sorte ti ha messo lì dentro. E’ questo che ti dice, ci parla dei suoi progetti come di cose che avverranno, semplicemente avverranno.

Non tutti prendono e partono, non tutti se ne vanno. Tendiamo a dimenticare troppo facilmente che gli africani che incontriamo nelle nostre città molto spesso sono un’élite. Alcuni anche culturale, altri solo per vocazione e consapevolezza. Sguardi miti ma non rassegnati, volti sereni quanto basta, cittadini del mondo, loro sì.

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Ci ho messo molto del mio in questo incontro, che ho voluto vivere senza alcuna pretesa giornalistica, un incontro che avviene al momento giusto, come una riprova che basta uscire e vestirsi solo con la voglia di vedere, ascoltare, sorridere e dimenticare ciò che crediamo ci manchi...per essere ripagati dalla semplicità dirompente di chi non ha niente ma ti riempie il cuore con un sorriso.

Il mio amico, altro protagonista silenzioso di questo episodio, è folgorato. I suoi problemi affettivi che ne avevano spento lo sguardo altrimenti sempre molto solare, spariscono di colpo, il suo rispecchiamento con un ragazzo che viene da così lontano è totale. Finisce con attribuirgli virtù quasi eroiche, di chi è libero e ha il potere di scegliere, di chi guarda avanti con fiducia, cose che lui sta imparando a difendere con orgoglio in un mondo opulento e pavido.

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Vorrei dissuaderlo, dargli il mio punto di vista, che forse è sempre troppo cinico, di un cinismo esteriore in parte, acquisito nella vita. Ma non lo faccio. Non credo affatto nel “mito del buon selvaggio” riproposto sempre da una cultura occidentale troppo alla riscoperta di cose ovvie. Credo davvero che gli uomini siano tutti identici, coraggiosi o meschini a seconda delle circostanze. Ma stavolta non riesco a sentirmi nel giusto. Si salutano con un grande e spontaneo abbraccio. Io semplicemente non ci riesco.

©2012 Marco Palladino – all rights reserved


Three colors for everything and an African boy among many

social reportage by M.Palladino

Mamadou is a Senegalese young man of 30 years who, like many street vendors here, hovers with his colored objects among the distracted people of the metropolis. It 's a commercial center the place where we meet him accidentally, a place full of Christmas lights and nervous crowd swaying hypnotized between clothing stores and items for the home. Out of rhetoric, there is something dissonant between these faces stressed by the shopping on Sundays, in the busy Christmas shopping period (too early opened) and the spontaneous smile of this African boy who, after a year in Italy, only manages to say a few words in our idiom but lights completely when asked about his life, in English, which he has mastered quite well having learned it when working in Africa with tourists.

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Mamadou sells the classical artifacts from Africa, necklaces, jewelry and more sophisticated ones, the motorcycle, inlaid in the wood, that he shows off with pride, and the percussions, that I happly purchase remembering where it came from my old passion for the drums. It amazes me by telling me of his work, that at home was the craftsman indeed. He constructed himself these drums. Now they send them to him to be sold in the streets.

His simple socializing smile and wish to talk maybe just to look at each in the eyes and to be seen by someone, these are things that capture you, his humanity is distilled in expressions that only respond to one thing: he is owner of his life. Mamadou is a poor  man but a free one. Does not blame the world for his condition, even though he went away from his country to escape the war, among other things. His phrase catches me, when I ask again: So how is your life? A question from western point of view, of course ... his response could be translated as follows: half and half, or I'm not complaining, it goes on. But it sounds different here, he says it  with a smile, with the awareness of a man of the world, who is not asking himself too many blank questions . Who does not always keep asking what happiness is, nor what he lacks to reach it. This is his life and that's all. Obviously he is not resigned to this way forever.

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He built a network of support, including friends and relatives who live in Rome and, he says, he feels protected. But again my question is a bit 'empty’ and induced to a response by someone who does not seem troubled by the fact of being a foreigner and precarious man in a consumer and individualistic society. He no longer has many ties with his homeland, no longer has a family there, his few close relatives live in Rome. It 's clear that it must not be easy to be able to make it in this city where it is hard for many to live in wellfare, but he makes it, in some way. Obviously it must be possible for everyone then.

After leaving the hall he is intercepted by two rude boys that ask him a gift of two bracelets, he's giving them immediately and with a smile. We could do a lot of speculation about the significance of this episode, many parallels with the poverty of mind of those who have much but always think that something is missing and those who have very little but smile. Things that make you have a stomach ache, but once again these are my projections, from a Western point of view. It 's so that Mamadou lives his life.

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After this, he meets a friend who does the same job and there are a thousand smiles between them, real smiles, a habit, even defensive in certain circumstances, but of who always responds with a smile to a meeting, whatever that is. The suspect, once again, is that in comparison with what he has left all this must be a less threatening way of life . It 's something that we can only imagine, but basically you see also the desire to move, not to imagine own life as a cage just because fate has put you there. That 's what you say yuourself, he simply talks about his projects as of things that will happen, just will take place.

Not all people from Africa take their life and go away, not everyone does it. We tend to forget too easily that the Africans we encounter in our cities often are an elite. Cultural elite sometimes, others only by vocation and awareness. So they look: mild but not resigned, serene faces, citizens of the world, indeed.

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I put a lot of me at this spontaneous encounter that I live without any journalistic pretense, a meet that takes place at the right time for me, as a proof that the right thing is always to just go out and to be  dressed only with the desire to see, hear, smile and forget what we believe we miss ... to be rewarded by the simplicity  of those who have nothing but fill your heart with a smile.

My friend, another silent protagonist of this episode, is amazed by the meet. His emotional problems that had  troubled his face, otherwise always very cheerful, suddenly disappear , his reflection with a guy who comes from so far away is total. He finishes with attributing to Mamadou some almost heroic virtues, those of who is free and has the power to choose, who is able to always look ahead with confidence, things that he is learning to defend with pride in a world full of opulent and scared people.

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I would like to dissuade him, to give him my point of view, which is perhaps still too cynical, it’s a cynicism of the exteriority, acquired in my life. But I do not. I do not believe in the "myth of the noble savage" always revived by a Western culture aiming to the rediscovery of the obvious. I truly believe that men are all the same, brave or meserable depending on the circumstances. But this time I can not feel right. The two greet each other with a big and spontaneous hug. I simply can not.

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©2012 Marco Palladino – all rights reserved